Intervista a Luca Bracali, Pistoia 27 maggio 2020

 

Quale è stato il tuo primo approccio alla fotografia e quando hai capito che sarebbe diventato la tua professione?

 Il primo scatto l’ho realizzato all’età di 6 anni, mio zio aveva tre fotocamere e ho pensato proprio di chiedere a mio zio di farmi provare a realizzare una foto, ricordo benissimo quel momento. Lo scatto venne mosso ma conservo ancora la prima foto della mia vita. Sfido qualunque fotografo a trovare la sua prima foto specie se scattata a 6 anni.

Poi ho avuto la possibilità di entrare nelle grazie del professore Cornelio Bisello, anche di lui conservo ancora la foto nel mio studio, egli era abilitato all’insegnamento di 52 materie, era una persona con una conoscenza e con una cultura smisurata, aveva la testa che non stava in questa stanza…  

 Il professore Cornelio mi ha insegnato tutto quello che sapeva, considerando però che il mio cervello non era come il suo. Prima di tutto mi ha introdotto nella camera oscura poi i primi scatti con pellicola bianco e nero, infine a 15 anni mi ha regalato (perché era un super generosissimo) una Canon F1 con un’ottica 50 mm 1.2.

Poi se ne andò quando avevo 18 anni, io all’epoca oltre questa grande sofferenza pensai a cosa poter fare nella vita ed avendo la passione per le moto, (già avevo una moto comprata mio nonno) e chiesi al mio meccanico come riuscire a fotografare i divi del momento, Marco Lucchinelli, Franco Uncini, e soprattutto Freddie Spencer. Mi dissero che per fare questo sarei dovuto diventare un fotografo giornalista.

Come sei riuscito a diventare fotografo?

Entrai a lavorare in una rivista locale, “CronoSport” poi per “Moto Toscana” seguendo le gare di cross, poi la velocità dove ho dovuto affinare l’arte della fotografia rapportandola alla già elevata velocità delle moto di quei tempi. Inoltre intorno alle gare di velocità giravano molti personaggi dello spettacolo e degli altri sport.  
Poi, al di là del racing mi sono impegnato anche in prove di prodotto: auto e moto. Subito dopo realizzai per il mensile “Auto” diretto da Diego Eramo, il servizio “Toyota for runner”, un mese di viaggio, 14.000 km e 15 paesi visitati.

E da lì mi sono ammalato, mi sono gravemente ammalato per l’amore per la fotografia e per i viaggi. All’epoca eravamo nel 1991, oggi nel 2020 e sono sempre più malato, ho visitato 145 paesi e non mi stancherei mai di viaggiare, li rivisiterei tutti quanti e ne vedrei di nuovi.

Viaggiando per il mondo mi sono reso conto che la bellezza di un tramonto, lo sguardo fiero di un leone o, ancor più, la storia di un anziano della Mongolia vale molto di più di tante altre storie. Per varie motivazioni culturali, sociali, ambientali, sento che il mondo intero appartiene a tutti noi.  È l’unico bene comune, condiviso e condivisibile che ci appartiene, ecco perché mi batto molto per la salvaguardia del nostro pianeta.

Nel 2004 ho fatto il mio primo viaggio in Antartide per capire quali fossero le problematiche climatiche ed ambientali del nostro pianeta, nel 2006 partii per il viaggio in Artico ad oggi sono a 40 tra spedizioni e missioni.
Viaggiare per turismo e per scopi fotografici e di reportage mi piace moltissimo ma la mia vera “Mission” è quella di raccontare la straordinaria e delicata bellezza della nostra terra per poter infondere negli altri un seme, un germe che possa crescere in modo puro perché tutti possano capire quanto prezioso è il bene che abbiamo e quanto poco valore gli stiamo dando.

 

Quali sono gli errori che l’essere umano continua a commettere rispetto alla terra?

Tutto nasce dalla recente sovra-popolazione, anche se l’uomo, con il suo sfruttamento sconsiderato metterà la terra in condizioni critiche, essa saprà trovare un nuovo equilibrio (anche se ha dei tempi di reazione lunghi) e sarà la razza umana ad uscirne sconfitta e con la testa bassa.

Se tornassimo ad avere 20-30 gradi sottozero in tutto il mondo, la terra, in un lasso di tempo più o meno breve, si adatterebbe, il problema semmai sarebbe per la razza umana che verrebbe facilmente decimata.

Prendiamo in considerazione l’opposto, un grande caldo 40-50 grammi, deserti ovunque, i ghiacci si sciolgono, io non scriverò più libri sui ghiacciai ma la terra ci risponderebbe “chi se ne frega” ma in un mondo tutto liquefatto la razza umana avrebbe seri problemi ad adattarsi e sopravvivere. Quindi siamo noi che causiamo un danno a noi stessi. Si, offendiamo la terra e come effetto boomerang ci troveremo a pagarne gli effetti.

Visto che siamo tanti e cresciamo velocemente come numero dovremmo adottare dei criteri diversi di sviluppo e di sfruttamento delle risorse rispetto a quelli a cui siamo abituati fin dagli anni 50.

 

Continua…